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  • Francesca

Recensione - La forma del buio

Buongiorno Lettori! Oggi è tempo di recensione con i miei pensieri sull'ultimissima lettura che ho terminato proprio in questi giorni.

Titolo: La forma del buio

Autore: Mirko Zilahy

Serie: Enrico Mancini #2

Casa Editrice: Longanesi

Pagine: 420

Formato: Rilegato con sovracopertina

Prezzo: 18,60€ (cartaceo)

4,99€ (digitale)

Sono stata molto (e sottolineo molto) combattuta se scrivere o meno questa mia recensione a proposito del secondo romanzo di Zilahy, dico la verità. Lo dico subito così mi tolgo il pensiero e poi posso procedere a spiegare le motivazioni della mia affermazione: il libro non mi è piaciuto. E non solo non mi è piaciuto ma, in alcuni momenti mi ha persino infastidito, cosa che raramente mi accade o comunque mi disturba fino al punto in cui La forma del buio è riuscito a fare.

Premettiamo: il mondo è bello perché è vario. I libri, le storie che sono contenute in essi, posso piacere o no e ci sono decine di motivazioni per cui questo può accadere. In generale, sono il tipo di lettrice che porta quasi sempre a termine i romanzi che inizia. Raramente infatti mi è capitato di non terminare un libro, perché di solito mi "sforzo", quasi sempre appunto, di concedere il tempo e lo spazio che ogni storia richiede per entrare nella testa del lettore. E di solito, a quel punto, scavallando quasi sempre la metà del testo la mia curiosità riguardo il finale prende il sopravvento e mi permette di concludere la lettura. Sono anche il tipo di persona che crede nel recensire i libri che non le sono piaciuti. Chiamatemi idealista o illusa ma personalmente credo fortemente nel potere - anche catartico - di una sana critica. E d'altra parte, se ho perso il mio tempo dietro una lettura che poi non mi ha soddisfatto, non vedo il motivo per cui non dovrei spiegare o quanto meno argomentare il motivo per cui il voto è stato così basso. Come dicevo prima, il mondo è bello perché è vario.

E dunque eccomi arrivata a scrivere queste righe. Mi trovo un po' in imbarazzo, lo confesso, perché anche se la lettura de La forma del buio non mi è piaciuta e, anzi, come dicevo qualche riga prima mi ha persino disturbata, mi prende sempre un po' di tristezza nel decostruire quello che l'autore, non senza tantissima fatica e tempo (e di questo ne sono assolutamente certa e convita) ha impiegato a tirar sù. Perché, questo lo devo riconoscere, scrivere un romanzo, costruire un mondo che stia in piedi usando solo carta, inchiostro e sudore non è un lavoro semplice né per tutti.

Pur tuttavia da qualche parte devo cominciare e dunque mi approccio a illustrare il mio pensiero partendo dallo stile che lo definirei, se dovessi usare un solo aggettivo, prolisso. E non fraintendetemi, io sono il tipo di lettrice a cui piacciono le digressioni e le descrizioni. Anche nei thriller. Chi l'ha detto che ogni capitolo di un thriller deve avere necessariamente una pagina? Chi ha stabilito che un thriller non può perdersi nella descrizione dei personaggi? Nessuno. E dunque che ben venga, almeno per quanto mi riguarda, lo stile introspettivo e descrittivo. Tuttavia deve arrivare un momento in cui la descrizione lascia spazio all'azione, in fin dei conti stiamo pur sempre parlando di un thriller, no? E durante quel momento quegli attimi concitati e pregni di avvenimenti non possono e non devono essere disturbati da quelle che io, ne La forma del buio, ho trovato digressioni inutili e dannose alla tensione che l'azione cerca di portare con sè. Descrizioni che si sono tramutate in uno sfoggio di pomposità e di ricercatezza dello stile del tutto fuori luogo e assolutamente inutile. Un esercizio di stile che, a mio parere, infastidisce e anzi devia il lettore da ciò che veramente è importante: l'azione. É per questo che non ho gradito affatto la ricercatezza, l'artificiosità e la voluta ostentazione con cui l'autore ha infarcito ogni singola riga di ogni singola pagina di questo romanzo. A mio avviso il genio è tale per la sua capacità di rendere apparentemente semplice, lineare e alla portata di tutti qualcosa di estremamente complicato.

Altro elemento stilistico che non mi è piaciuto è stato l'utilizzo di un narratore onnisciente che però cede il punto di vista a più personaggi all'interno di uno stesso capitolo. E non sto parlando di paragrafi dedicati, sto parlando di frasi alternate sui diversi punti di vista dei personaggi che popolano il capitolo stesso. Forse voleva essere una tecnica narrativa innovativa, ma per me ha generato solo parecchio confusione, tanto che più volte mi sono ritrovata a rileggere il paragrafo per capire chi aveva fatto cosa.

Purtroppo anche fronte personaggi devo esprime il mio disappunto: non mi sono piaciuti, né presi singolarmente né considerati nel gruppo. Nel primo caso perché, in fin dei conti, non hanno nulla di davvero originale da apportare nel panorama della lettura thriller italiana. Insomma di personaggi contorti, battuti dal dolore e cacciati dai loro demoni, se ne trovano quanti se ne vogliono ormai e non sono certo un paio di guanti a fare la differenza. Nel secondo caso perché ho trovato le dinamiche di gruppo e le loro interazioni totalmente traballanti e mal gestite. Considerando lo sviluppo del gruppo all'interno della storia ho trovato infatti molta incongruenza, sconnessione e incostanza nei rapporti che li regolano. Anche il numero di personaggi è stato mal gestito: a mio modesto parere infatti non ha senso inserire un personaggio se poi se ne legge solo per due capitoli su quasi quattrocento pagine di libro. Non esprimo poi poi i miei pensieri (vi basti però sapere che sono totalmente negativi) sulla parte romance che coinvolge buona parte dei personaggi presenti nel romanzo.

Ma passiamo a quella che se possibile è stata la parte più dolente dell'intera lettura per me: la narrazione. Purtroppo di questo aspetto non posso salvare nulla, perché niente mi piaciuto. In primis non mi sono piaciute, e anzi, mi hanno veramente disturbato e infastidito le scene di violenza che il romanzo contiene. Normalmente non mi impressiono facilmente ma qui ho trovato scene su scene, raccontate dal punto di vista dell'assassino, veramente forti e disturbanti ma peggio di tutto fini a loro stesse, considerando che sul finale del romanzo si cerca di restituire una traccia di umanità al killer, quasi lo si potesse giustificare nonostante i terribili atti di cui si è macchiato. E questo è davvero uno dei pochi cliché nella letteratura thriller che non tollero, sopratutto se trattato così alla spicciola come è stato fatto in questo caso. Oltre a ciò non mi è piaciuto quello che, forse, avrebbe dovuto essere il colpo di scena di finale del romanzo. Anche qui, mi astengo da commenti, vi basti sapere che si concretizza in un twist totalmente insensato e che a mio parere non si regge in piedi da nessuna angolazione lo si voglia osservare.

Un' unica menzione positiva mi sento però di concederla a un aspetto che, in tutto il romanzo di Zilahy, mi ha conquistata. Questo dettaglio sono state le digressioni che l'autore ha regalato al suo protagonista, l'ispettore Mancini, nei confronti del suo legame con la moglie Marisa, scene che ho trovato davvero tenere, toccanti e profonde. Un piccolo tocco di sensibilità davvero ben scritto e sopratutto ben dosato.

A fronte di tutte queste parole spese, qualcuno forse si starà chiedendo infine per quale motivo io abbia letto questo romanzo. Ebbene la risposta è semplice: avevo letto il libro precedente dell'autore É così che si uccide, e sebbene non mi fosse piaciuto nemmeno quello avevo concesso il beneficio del dubbio in quanto si trattava di un esordiente. A fronte della seconda possibilità concessa però mi trovo però a dover dichiarare necessariamente un time out tra me e l'autore. Non è un addio ma forse solo un arrivederci.

Consigliato? Beh se siete arrivati a leggere fino qui credo che potrete facilmente comprendere come io non mi senta di consigliare la lettura del libro a nessuno. Tuttavia, il mio è solo un umilissimo parere da lettrice; basti sapere che la realtà dei fatti e dei numeri smentisce il mio pensiero: ai più infatti i romanzi di Zilahy piacciono.

Nonostante il mio pensiero negativo dunque, se sentite che il romanzo in qualche modo vi chiama, vi suggerisco di ascoltare quella vocina interna che, il più della volte, ci azzecca e di leggerlo.

Coinvolgimento: 2/5

Stile: 2/5

Personaggi: 2/5

Vicenda/Narrazione: 2/5


Verdetto: 2/5


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